Omaggio a Bukowski : Panino al prosciutto

Questo è più un omaggio a Bukowski. Per lui una recensione in questo caso sarebbe stata riduttiva. Ho deciso di inserire estratti del libro, perché solo attraverso la sua stessa Voce si può comprendere fino in fondo il suo disagio e la sua malinconia. Libro bellissimo, diverso, pungente e tenero allo stesso tempo.

Per leggere Bukowski bisogna, necessariamente, passare da ‘Panino al prosciutto’. Considero questo romanzo il prologo di tutta la sua opera, senza non si potrebbe comprendere il perché del suo particolare stile narrativo, che risulta a tratti crudo e sferzante, volgare e reale. L’infanzia e l’adolescenza hanno profondamente segnato l’animo del giovane Chinaski, l’alter ego di Bukowski, una quotidianità segnata dalla mancanza d’affetto e costellata da continui episodi di violenza, perpetrati dal padre su un inerme bambino prima e su un problematico adolescente poi.

“Mio padre è la nube che oscura il sole, la violenza che emanava da lui faceva sparire di colpo tutto il resto.”

E’ un romanzo in bilico tra invenzione e racconto autobiografico. Una lettura lenta paragonata ad altri suoi scritti. Una continua riflessione sulla sua vita, sui disagi sociali della sua condizione di povero durante la grande Depressione. Un’infanzia trascorsa nella solitudine, tra violenze domestiche e violenze morali, hanno reso Chinaski cinico, duro con se stesso e soprattutto con gli altri. Periodo inquieto, segnato da amicizie instabili e passeggere. La difficoltà di rapportarsi con i compagni lo porta, inesorabilmente, a circondarsi di ragazzi deboli e maltrattati. Solitario e infelice si è ritrovato spesso a dividere il proprio percorso di vita con anime perse come lui. Ognuno a suo modo è stato un riflesso di un’intera società “arrabbiata” e allo sbando, che si barcamenava tra la povertà, risse e ignoranza. A testimonianza di questo degrado morale Buk ci narra un episodio che gli è rimasto impresso; alcuni compagni di scuola volevano far sbranare da un bulldog un povero gattino, messo alle strette in un angolo, e tutto per puro diletto e sadismo. Lo definì lo specchio della condizione umana.

“Quel gatto non stava affrontando solo il bulldog, stava affrontando l’Umanità”.

La grande Depressione occupa gran parte del libro, questo periodo storico, buio, ha indurito un Chinaski già cosciente dell’ineluttabilità della vita. Costretto a vivere ai margini della società in uno dei quartieri più poveri di Los Angeles. Della sua condizione ne parla, semplicemente, come un fatto appurato. Senza emettere giudizi, racconta la sua verità per quella che realmente è stata e come ha vissuto la sua vita allora. Ciò spiega l’uomo e lo scrittore che poi è diventato. Non c’è nessuna morale e non c’è vittimismo, c’è più una sorta di rabbia verso le istituzioni rappresentate dalla scuola, dai professori, dai i ricchi, dai suoi stessi genitori. Per molto tempo lo pervade un odio profondo per la sua famiglia, incuranti di lui come essere umano, da loro non riceve né sostegno né amore, solo cinghiate da parte di un padre che si vergogna della propria condizione di disoccupato.

“Mio padre…era un estraneo. Mia madre non esisteva. Ero maledetto. Guardai mio padre, e non vidi altro che un’indecente stupidità”.

“Venivamo da famiglie della Depressione, e non mangiavamo mai abbastanza, eppure eravamo grossi, e forti. Nessuno di noi, credo, riceveva affetto e comprensione sufficiente dai genitori, ma non ne chiedevamo a nessuno. Eravamo cresciuti troppo in fretta ed eravamo stanchi di essere bambini. Non avevamo il minimo rispetto per gli adulti”.

Le donne e il sesso sono una costante in tutte le opere di Bukowski, ma qui si narra della scoperta del sesso e delle donne in maniera adolescenziale, con espressioni volgari tipici di qualsiasi adolescente. C’è una sorta di tenerezza e malinconia. I suoi disagi con l’altro sesso, il sentirsi sempre inferiore e brutto, l’essere povero, lo hanno condannato ad una condizione di rassegnazione, ad una resa senza neanche mai provarci. Questo emerge in tutto il libro.

“Questa roba dello scopare non era male. Dava alla gente qualcosa di diverso a cui pensare”.

La scoperta del sesso, enfatizzata attraverso un linguaggio scurrile, volgare, sfocia in un’altra scoperta che l’accompagnerà lungo tutto l’arco della sua vita, l’alcool, che lo strapperà, a suo dire, dall’infelicità. Atti di bullismo e la comparsa di una gravissima forma di acne vulgaris, saranno una costante durante le scuole superiori. Lo costringono a sottoporsi a delle devastanti cure e ad un lungo periodo di isolamento, accompagnato da una profonda depressione. Il suo aspetto fisico, deturpato dalle cicatrici, lo fanno sentire ancor di più a disagio con le donne, che vengono osservate, ammirate e sognate sempre da lontano, mai si è dato una sola possibilità. Intanto la sua rabbia cresceva.

 

“Non facevo niente…Ero un duro, ero un tipo pericoloso. Conoscevo la vita. Io non mi sarei suicidato. Piuttosto avrei ammazzato un po’ di gente…”.

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Compaiono durante la prima adolescenza i suoi primi scritti, ricorda in particolare un episodio quando un professore “…cominciò a leggere il mio tema. Mi piaceva il suono delle mie parole…Io bevevo le mie parole.” Giunge ad un’amara conclusione “…ecco cosa volevano: bugie. Belle bugie. Ecco cosa avevano bisogno. La gente era stupida. Avrei avuto buon gioco, io”.

Ricorda con affetto uno dei suoi primi racconti, narrava le vicende di un barone aviatore, battezzato Von Himmlen. Il protagonista assume le sue sembianze fisiche e caratteriali, lo descrive impavido, coraggioso, solitario.

“Mi piaceva scrivere del barone. Avevo bisogno di compagnia. Ero sempre solo, e così mi ero creato un compagno, il compagno che volevo, un vero uomo. Non era una bugia, o una finzione. La vita senza un uomo come lui, sì che era una finzione”.

Passaggio bellissimo sono i pensieri che dedica al fascino della lettura. Un salvagente per la sua anima, comincia a frequentare la biblioteca e legge, divora di tutto, passando da Sinclair a Sinclair Lewis di cui ammira la scrittura semplice e vera; da D.H. Lawrence ad Hemingway incantato dal suo stile narrativo. Legge perfino Turgenev e altri autori russi.

“Turgenev era un tipo molto serio, ma riusciva a farmi ridere perché le verità sono molto divertenti, quando le si incontra per la prima volta. Quando la verità di qualcuno è la tua stessa verità, e lui sembra dirla solo per te, è una cosa fantastica”. 

“Era bello leggerli, però. Ci si rendeva conto che i pensieri e le parole potevano essere affascinanti, anche se inutili, in ultima analisi”.

Parla con ammirazione degli scrittori, rammaricandosi di non avere le loro stesse capacità letterarie. Intanto si consola con i loro libri, sono la sua ossessione. La lettura si impadronisce di lui, cerca di pareggiare il disgusto che prova per la società e dei suoi metri di giudizio, basati sull’aspetto fisico e sulle condizioni economiche, dice “Volevo essere dei loro. Volevo che mi accettassero”, da queste parole trapela tutto il suo malessere e una profonda amarezza per la sua misera vita.

“Intorno a me si raccoglievano, i deboli invece dei forti, i brutti invece dei belli, i perdenti invece dei vincenti. Sembrava che il mio destino fosse di viaggiare in loro compagnia per tutta la vita. Ero uno stronzo invece che un fiore: attiravo le mosche invece delle farfalle e delle api. Volevo vivere da solo, stavo benissimo da solo, mi sentivo meglio, più pulito, eppure non ero abbastanza intelligente da liberarmi di tutte quelle palle al piede. Forse erano i miei padroni altrettanti padri in forme diverse”.

Il suo atteggiamento disincantato verso tutto e tutti, la mancanza di passioni, il rifiuto di un’ipocrisia generalizzata e senza uno scopo da perseguire, rendono difficile anche la questione del lavoro, per il semplice rifiuto di rientrare in un clichè. Da qui le prime sbronze che saranno da ora in poi la sua principale compagnia. Il passaggio agli studi universitari, affrontati solo perchè disoccupato, coincide con lo scoppio della seconda guerra mondiale.

“Non avevo nessuna voglia di andare in guerra per proteggere il tipo di vita che conducevo o salvaguardare il mio futuro. Non avevo la Libertà. Non avevo niente”.

In quel periodo subisce atteggiamenti conformisti e pregiudizi antitedeschi da parte degli insegnanti. Gli appiccicano l’etichetta di nazista. Spinto dal suo innato spirito di contraddizione, solo per il gusto di sostenere sempre il contrario, replica con obiezioni filonaziste. La sua dialettica e una buona fantasia gli facilitano il compito, sostenendo un’ideologia che non stimava. “Hitler per me era semplicemente uno dei tanti dittatori”. Lui stesso più tardi affermerà di aver fatto discorsi da pazzo.

Il passaggio all’età adulta avviene in modo brusco. L’abbandono degli studi universitari, dove “non parlavano della durezza dei marciapiedi”, coincide con l’abbandono della casa paterna. Tutta la rabbia per quello che è stato, che ha subito, sono descritte con fredda lucidità, il suo odio traspare da ogni sillaba per quello che è diventato in “una vita triste, squallida, dal giorno in cui ero nato. Bere era l’unica cosa che mi impedisse di sentirmi costantemente intronato e inutile”. Il suo sarcasmo in queste pagine è velato da una sottile e tenera disperazione. “Si stava bene, seduti tutti soli in uno spazio ristretto a fumare e a bere. Avevo sempre fatto ottima compagnia a me stesso, mi piaceva star solo”.

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2 pensieri su “Omaggio a Bukowski : Panino al prosciutto

  1. gattocolsombrero ha detto:

    Di Bukowski ho letto solo musica per organi caldi. Non ho mai desiserato approfondire la sua opera perché è stato adottato da stupide ragazzine che lo citano sui social. Ma mi hai fatto ora cambiare idea. E credo che mi procurerò questo libro

    Mi piace

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