Estratto : La burrasca…e la nave non è affondata

Mi ha conquistata questa metafora sui giocatori di rugby e sul popolo appassionato che lo segue. L’autore Stefano Padovan, giocando con la retorica, ha messo in campo tutte le emozioni, le paure e le speranze di un’intera tifoseria, quella di Rovigo; perchè la FemiCz Rovigo è riuscita a salvarsi alzando al cielo finalmente quello che le spetta. Un’attesa di 26 anni, una nave che rischiava di affondare a furia di sbattere contro gli avversari, ma la burrasca è passata, il 12esimo titolo tricolore è arrivato dopo il terzo tentativo consecutivo, il Rugby Rovigo è Campione d’Italia.

La burrasca

Eravamo come di nuovo in viaggio, dispersi nel mare azzurro, con la prua orientata a oriente, verso la nostra terra nativa, la nostra casa, dalla quale mancavamo da un tempo immemorabile.

Un sacco di traversie avevano rallentato il nostro navigare nel mediterraneo. Poseidone e Atena ci avevano fatto arenare sulla spiaggia diverse volte, sempre in isole che credevamo fosse la nostra. In tutto questo tempo avevamo perso molti compagni, chi ci aveva abbandonato dopo diverse battaglie, chi era caduto vittima del canto delle sirene, chi non aveva più semplicemente creduto in noi stessi e nella nostra missione.

Ma tutto le volte che era successo questo, gli Dei buoni ci avevano dato la forza e le energie per ricominciare il nostro viaggio di ritorno a casa.

Avevano da poco nominato un nuovo comandante della nave, nella speranza, che in quest’ultimo tentativo, avrebbe saputo affrontare le innumerevoli traversie che ci aspettavano.

Il comandante precedente era stato lasciato a terra nell’ultimo nostro naufragio. Ad esso, nonostante ciò, va il merito di aver scelto la giusta ciurma e gli ufficiali di comando, che molto bene fecero negli eventi che seguiranno.

Questa volta sembrava che la navigazione procedesse spedita, il tempo fino a quel giorno era stato buono e le nostre vele erano rimaste sempre spiegate e gonfie dal vento di libeccio, ma verso sera il cielo si fece più cupo del solito e carico di minacciosi nuvoloni.

L’imbarcazione cominciò ad oscillare più del normale e tutti capimmo che il nostro destino stava andando incontro a qualcosa di inatteso, ma conosciuto, che altre volte avevamo affrontato e ne eravamo usciti perdenti: una burrasca di mare.

Avvertimmo il freddo della paura, l’acuirsi della sensibilità, e l’accelerazione delle palpitazioni. I timori d’incontrare un’altra tempesta e di non saperla affrontare, come era successo in passato, erano stati vissuti prima come un embrione nelle nostre menti, ora avevano terminato la gestazione, erano sul punto di nascere, e non si poteva assolutamente evitarli.   

Ora gli uomini, ad esclusione di quelli privi di fantasia o di quelli molto coraggiosi, si chiedevano cosa sarebbe potuto loro accadere: se sarebbero morti annegati, sbalzati fuori dall’imbarcazione, o se qualche albero avesse ceduto e colpendoli gli avrebbe fracassato l’osso del collo. Si domandavano come si sarebbero comportati: se avessero scoperto riserve ancora ignote di coraggio e di calma, o se sarebbero stati paralizzati dal terrore.  E ci si guardava l’un l’altro, sperando e dubitando se anche gli altri provassero le stesse sensazioni. Nessuno parlava, perché tutti ci si vergognava della propria paura.

L’imbarcazione cominciò a cavalcare onde sempre più alte e gli spruzzi delle ondate spazzavano il ponte di coperta. Tutte le vele erano state già ammainate e piegate e così riposte nella stiva della nave. Uscì il comandante dalla sua cabina e iniziò a urlare a tutto l’equipaggio di rimanere ai propri posti di coperta. Ci rimproverò e ci disse parole dure, come solo lui sa fare. Il legno del ponte sotto i nostri piedi vibrava paurosamente, e il cigolio delle sovrastrutture date dall’elasticità delle architravi ci facevano temere che da un momento all’altro la nave si sarebbe squarciata nel suo punto più debole. Sentivamo il fracasso assordante dello scroscio delle onde schiumose abbattersi violentemente contro la chiglia della nostra barca. La pioggia sferzante spazzava via tutto quello che era rimasto sul ponte di coperta, cumuli di vecchie corde annodate, secchi e altro materiale non importante dimenticato. Le urla degli ufficiali si confondevano nel fragore della tempesta e spesso non capimmo gli ordini. 

Il comandante nel frattempo dirigeva gli ufficiali, rimproverandoli a far rispettare la disciplina a tutta la ciurma. Uno di essi, fu colpito alla testa da un palo dell’albero di maestra che cedette alla forza della burrasca, ma subito lo vedemmo rialzarsi e fu soccorso dai marinai a lui più vicini, questo ci incoraggiò molto a resistere. Tutti ci adoperammo a gettare l’acqua fuori dallo scafo, chi dal ponte di coperta e chi dai ponti sottostanti, anche i più giovani fra noi lavorarono e si adoperarono per la nostra salvezza, molto coraggiosamente. La tempesta durò un tempo indefinito, tutta la serata di quel giorno. Uno dei nostri uomini migliori, per errore, scivolò e cadde in mare. In seguito ci raccontò di essersi salvato perché rimasto aggrappato ad una scaletta fuori bordo, e così resistette in quella posizione fino alla fine di tutto. Tememmo molto per la nostra sorte.

Poi, Poseidone decise di lasciarci in pace e che avevamo superato la prova contro le forze della natura, la nostra tenacia e la nostra unità dovevano essere premiate, la nave resistette alla burrasca.

La pioggia smise di scendere e il cielo si schiarì. Ci accorgemmo solo allora che era il tramonto di quel giorno perché all’orizzonte gli Dei ci regalarono un bellissimo panorama color rosso e blu intenso, come solo il mare e il sapore dolce della libertà sanno regalare, questo ci rallegrò molto.

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Un’immensa gioia invase tutta la ciurma e ci fu chi si mise ad urlare a squarciagola, chi si mise a ballare, e chi ringraziò pregando.

Fu così che superammo la burrasca, e soprattutto le nostre paure. Il cielo ci aveva detto di “si”, che saremmo tornati a casa, come tanti anni fa avevano fatto i nostri compagni, prima di noi.

Un nostro ufficiale, rilesse cosa gli aveva scritto la sua amata alla partenza per mantenere vivo il suo ricordo: I’m wearing the smile you gave me”, e lo mostrò a tutti in segno di affetto e di gioia.  

Io, da semplice mozzo, odo solo la fama degli altri, così mi consolai estraendo dalle tasche umide dei pantaloni una poesia che un nostro letterato un giorno ebbe a scrivere in segno di speranza:

Giorni d’amore vissuti, l’uno per l’altro, dentro un calendario, che velocemente, si è sfogliato, pari ad un racconto della nostra infanzia. Un passato, per sempre passato, senza rimpianto, dove in ogni mattina è rimasta impressa la nostra traccia. E perenne come l’erba, rimane il nostro amore, che nell’intimità sa trovare giusta dimora, tra un battito di cuore e una carezza. Una volta ancora, ridimmi di si, semplicemente, così rimanendo al mio fianco, con la fiducia di sempre. (“Ridimmi di si”, Arnaldo Pavarin).   

Complimenti ancora a Stefano Padovan! Ci saranno, sicuramente, altre occasioni per conoscere più a fondo questo originalissimo autore.

 

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